ATTILA il flagello, una città coraggiosa e un anello nefasto.

RITRATTO DI ATTILA su medaglione rinascimentale photo: da Commons wikimedia, public domain

La storia ci ha insegnato che quando una donna sceglie l’uomo sbagliato, nella migliore delle ipotesi ci saranno dei marmocchi che cresceranno senza un padre. Nella peggiore delle ipotesi invece che ci saranno città rase al suolo e ridotte in cenere come fossero di polistirolo. Non solo, ma le città in questione sono anche quelle considerate inespugnabili, protette da mura impossibili da scalfire.

Non ne siete convinti?

Troia non vi dice niente?

Le donne sono così, nel bene e nel male. Ogni dieci grandi donne che hanno reso onore alla storia del loro paese o ai loro re/imperatori mariti, ce n’è sempre una che riesce a ristabilisce l’equilibrio facendo un unico macello gettando il proprio paese nel terrore. Il problema però, è che a contribuire al disastro, ci sono orde di uomini rincitrulliti che per orgoglio, avarizia, sangue ribollito o estasi amorose fuori controllo, gli vanno dietro e le aiutano. Quindi vabbè, diamo a Cesare quel che è di Cesare e non il resto.

Ora torniamo a Troia.

Quella italiana però.

Perchè ce n’è una italiana, nel caso non lo sapeste.

AQUILEIA.

Accesa come un fiammifero fu ridotta in cenere, con tanto di sale sparso sopra per essere sicuri che non vi ricrescesse nulla.

MA COME? tutti sanno che Aquileia fu rasa al suolo da ATTILA, il flagello di Dio. Cosa centra lui con le donne?

Sì è vero…

Ma il flagello di Dio COME ci era finito sotto le mura della splendida città che non si era mai piegata davanti a NESSUNO e che vantava delle mura indistruttibili?

Ci finì per colpa di un ANELLO.

Un anello che Attila geloso e avaro com’era, si era messo in tasca e che ogni tanto tirandolo fuori se lo rimirava sognandoci sopra peggio di GOLLUM.

Ma da dove lo aveva preso?

ONORIA.

La bella figlia di GALLA PLACIDIA.

La nipote di TEODOSIO IL GRANDE.

… e qui ci fermiamo perchè queste sono gli unici complimenti che le possiamo fare.

ELENA si era scelta PARIDE che era tanto bello quanto rammollito.

ONORIA si scelse ATTILA che era brutto quanto la fame, ma era tutto tranne che rammollito.

Una ragazza scriteriata che messa in punizione dalla mamma s’inventò una scappatoia strampalata. Visto che la vita di Ravenna era noiosa come le sue paludi, dove la cosa più eccitante da fare era la guerra alle zanzare, si passava il tempo facendosela un po’ con tutti. Un giorno però suo fratello Valentiniano, l’imperatore d’Occidente, si stufò e visto che era di carattere deboluccio, invece di giustiziarla per malcostume disse a Galla Placidia: “pensaci tu”.

GALLA PLACIDIA CON I FIGLI Onoria e Valentiniano –  photo -source: Commons.wikimedia.public domain

La bella mamma la spedì a Costantinopoli dalla moglie del nipote, la Signorina Rottermaier d’Oriente, che a suon di preghiere e alleluia tentò di raddrizzarla. Onoria dopo un po’ di quella vita da collegio si stufò e scrisse una lettera ad Attila offrendosi sua SPOSA!

Per essere poi sicura di essere presa sul serio gli spedì un ANELLO.

In fondo seguì lo stile di famiglia. Erano anni che imperatori e generali chiedevano aiuto agli Unni per sbrogliare le alluvioni barbariche che colpivano le terre di un impero  ridotto ad un emmenthal svizzero, anzi no, ad una sottiletta, la sola fetta italiana.

E Attila?

Viveva da anni nel suo accampamento-capitale in quella che è la odierna Budapest, le sue grandi passioni erano accumulare più ricchezze possibili, leggere presagi ovunque visto che era più superstizioso di una maga zingara, e fare paura a Costantinopoli per cercare di farsi pagare tributi su tributi. Questo giochetto funzionò fin quando sul trono ci fu Teodosio II che di polso ne aveva poco, ma quando lo successe Marciano, che era un militare, le cose cambiarono.

Attila si rese conto che forse era meglio rivolgere lo sguardo altrove, si girò dall’altra parte, saltò sul suo cavallo, anzi forse c’era già seduto sopra visto che gli Unni vivevano incollati alle groppe dei loro destrieri e si lanciò verso Occidente con il suo anello in tasca.

Fu una strage. Iniziò dal Belgio e poi giù in Gallia. Città rase al suolo, popolazioni massacrate, personaggi vari che tentarono di fermarlo e che finirono catapultati nella lista dei Santi e delle Sante, tutto condito da svariati miracoli perché la Chiesa non poteva fare altrimenti con uno che diceva di essere il flagello di Dio. Attila gozzovigliò tra crudeltà e bottini perché quello era il suo unico scopo. Arricchirsi e torturare per il gusto di farlo. Tutto questo sempre con l’anello in tasca. In fondo si riteneva fidanzato ufficialmente con Onoria e quindi metà dell’impero gli spettava di diritto.

Valentiniano però gli fece sapere che la sorella non avrebbe ereditato un bel niente e gli mandò contro un generale romano che di romano nei geni aveva poco, ma che non gli impedì di essere fedele al suo impero fino alla morte. Flavio Ezio, soprannominato “l’ultimo dei romani” le suonò di santa ragione all’unno invasato, ma di fatto fu una mezza vittoria e per Attila una mezza sconfitta. Gli Unni si ritirarono non riuscendo a sfondare le linee romane e i romani di fatto li lasciarono andare.

Attila si leccò per un po’ le ferite sempre rinchiuso nella sua tenda mongola finchè il suo orgoglio ebbe di nuovo il sopravvento. Basta. Lui voleva impalmarsi Onoria, che gliela consegnassero una volta per tutte! Lei e la sua dote. Erano fidanzati!

Questa volta prese la scorciatoia. Andò a sud.

Sulla sua strada non gli venne incontro nessun esercito, la gente fuggiva e gli apriva le porte delle città.

Tutte tranne una.

AQUILEIA

Chiamata “la fortezza vergine” perché nessuno era mai riuscita ad espugnarla, era una città che per importanza e ricchezza faceva concorrenza a Milano e Ravenna e la sua gente, miscuglio di razze da secoli abituata a eserciti, invasioni e pestilenze, era gente tosta. Le mura erano famose per essere insuperabili e quindi, con grande coraggio, si apprestò a resistere per l’ennesima volta a chi la voleva distruggere.

Attila la cinse d’assedio per tre lunghi mesi e per uno come lui che viveva sempre in movimento quella sosta iniziò a indispettirlo così tanto che quasi rinunciò. Passeggiando sotto quelle mura che lo stavano sbeffeggiando, decise di ritirarsi, quando vide volargli sopra la testa un paio di cicogne con i loro piccoli.

Un presagio.

Di quelli che piacevano a lui.

Scappavano dalla città perché di lì a poco sarebbe caduta. Questo pensò.

Inferocito fino al midollo per quell’oltraggio a cui la città lo stava sottoponendo da troppo tempo e invocando il presagio che era venuto ad aiutarlo, aizzò le truppe ad onorare quello che i loro dei pagani gli avevano inviato con quelle cicogne.

Così fu che AQUILEIA cadde e subì un castigo grande tanto quanto la resistenza che aveva osato. Fu un massacro. Pochi cittadini si salvarono e la leggenda narra che i pochi che riuscirono a scappare nascosero un tesoro per impedire che Attila ci mettesse le mani sopra. Fino all’ultimo, gli ultimi, non vollero cedergli nulla che non riuscissero a difendere fino alla morte!

Attila si fece costruire una montagnetta di terra in cima alla quale ammirò la città in fiamme, da megalomane quale era forse pensò che era una cosa da veri duri, peccato che Nerone lo avesse già fatto con più stile da un balcone imperiale tre secoli prima..

Comunque sia, dopo la sua scenetta, prosegui e fece terra bruciata. Padova, Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo…si arresero. Una valanga unna che continuava a rotolare fino a quando un giorno si fermò inspiegabilmente. Sul Mincio andò a sbattere contro Papa Leone I andatogli incontro per trattare la fine delle ostilità perché intanto Valentiniano per sicurezza se l’era svignata a Roma.

Com’è come non è, non si seppe mai cosa convinse VERAMENTE Attila a tornarsene a casa sua. La Chiesa ovviamente tira acqua al suo mulino raccontando che l’imponenza del Papa e il suo carisma misero soggezione al condottiero unno. L’avanzare di problemi di salute e le emorragie al naso invece, è probabile che alimentassero la sua superstizione facendogli credere che forse l’Italia gli portava sfiga, come di fatto l’aveva portata ad Alarico prima di lui.

Ripartì così al galoppo verso casa e di lì a poco mentre una sera si consolava con una bella fanciulla dimentico della sua ormai ex fidanzata italiana, un’emorragia peggiore delle altre lo accoppò.

Non lasciò nessuna eredità degna di nota. Il suo popolo lentamente scomparve.

A noi però lasciò DUE cose:

VENEZIA, che nacque da quei poveri superstiti disperati che riuscirono a fuggire dalle città venete messe a ferro e fuoco e che si rifugiarono in quella vasta laguna non lasciandola mai più…

e

IL MITO di una città che non volle piegarsi, che pagò con il sangue il suo coraggio e che entrò prepotentemente di diritto nei libri di storia come un esempio di riscatto e di orgoglio romano ancora vivissimo, in un’epoca dove il grande impero di Roma era invece, ormai, un romantico sogno lontano.

Bibliografia: “Storia d’Italia 476-1250” V.I  – Indro Montanelli – Ed RCS Libri

 

TEMPORA IN AQUILEIA – REVOCAZIONE DELLA FONDAZIONE DI AQUILEIA

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