IL MITO DI ENEA

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II Tevere predice ad Enea la grandezza di Roma – P.Dardani, XVIII sec, Galleria  Nazionale di Parma

Su come Enea sia scampato alla distruzione di Troia ci sono più versioni. Su come sia riuscito a dare origine al più grande impero dell’antichità non essendo né un Ulisse né un Achille ma un vero e proprio figlio di mamma, è un mistero. Di testa sua non fece mai niente e l’unica volta che tentò di farlo fu fermato.

Comunque le storie che vanno per la maggiore sono due. La prima fu per merito della pietà degli Dei, i quali, visto l’accanimento con cui combatteva per cercare di difendere la sua città ormai ridotta in cenere, fecero in modo che gli Achei lo lasciassero partire. La seconda fu che semplicemente era un intoccabile, a quei tempi senza la protezione e la raccomandazione divina non si andava da nessuna parte e lui era nientepopodimeno che il figlio di Venere.

Così con il vecchio padre ANCHISE sulle spalle e le statuine degli Dei della patria in mano, si precipitò con tutti quelli che riuscirono a seguirlo giù verso la costa per poter salpare il prima possibile.

Arrivò sulla spiaggia e cosa fece?

Si mise a guardare il mare e disse: “E ADESSO DOVE SI VA??”

Primo segnale che forse non era tanto sveglio.

Sfrombola giù dai monti, scappa da Troia in fiamme, gli Achei e gli Dei che lo guardano un po’ corrucciati chiedendosi se avevano fatto bene a lasciarlo andare, donne vecchi e bambini che con la paura nel cuore corrono verso la salvezza e lui si ferma a contemplare l’orizzonte.

Primo aiuto: il padre, il quale non gli sembrava proprio il caso di stare lì a perdere tempo, si mette in comunicazione con la divina Venere chiedendole il da farsi e lei subito invia loro una stella cometa da seguire.

Secondo aiuto: la cometa ti dice sempre dove andare.

Enea la guarda e risponde: “Non sono convinto, sono stanco, dormiamoci su”

DORMIAMOCI SU??? NON SEI CONVINTO?

Con un figlio così stordito Venere allora pensa bene di spedirgli la stella cometa anche in sogno nella speranza di svegliarlo, farlo alzare e farlo partire. Per fortuna ci riesce.

Enea la sogna e la mattina tutto contento dice: “Gli Dei sono con noi, PARTIAMO!

Parte senza sapere dove va, tanto ci penserà di sicuro qualcun altro, per cominciare la cometa indica l’occidente. Certo sapeva che doveva fondare una nuova Troia ma dove, lui non lo sa, mistero.

Naviga per sette anni su e giù per il Mediterraneo un po’ a vanvera, senza concludere nulla e ci sorge spontanea la domanda:

Ma la cometa che fine aveva fatto? Non se ne sa più nulla, a lei resta solo il merito di averlo sganciato dalle spiagge troiane…

Sappiamo tutti però che doveva arrivare sulle coste del Lazio e arrivarci dalla Turchia, diciamocelo pure, non ci vogliono SETTE ANNI, neanche remando controvento e soffrendo il mal di mare.

Quindi c’era lo zampino di qualcuno.

Nonostante fossero passati 17 anni da quella festa dove una MELA fu lanciata in faccia a Zeus, qualcuno l’affronto ce l’aveva ancora legato al dito.

A Giunone, come VIRGILIO ci racconta “non le erano ancora cadute dall’animo le cause dell’ira… rimane serrato nel profondo del cuore il giudizio di Paride e l’offesa spregiata…”

Non solo, ma la mogliettina di Zeus amava follemente una città africana, dove teneva le sue armi e il suo carro, CARTAGINE. Sapeva che sarebbe stata distrutta un giorno da un popolo guerriero discendente dei Troiani e quindi facendo uno più uno, tentò di salvare capra e cavoli.

Enea non doveva assolutamente raggiungere il Lazio e fece in modo di incasinargli la vita sbattendolo sulle coste africane nella speranza che ci rimanesse.

Andò da Eolo e promettendogli in cambio una bellissima Ninfa, che all’epoca poverine erano scambiate come le figurine all’edicola, gli chiese di scatenare con i suoi venti una tempesta micidiale proprio nel canale di Sicilia. Un maremoto sfracellò le navi contro le coste della Tunisia, se ne salvarono solo sette, Enea e i suoi, disperati si videro ormai finiti quando NETTUNO dal fondo del mare si svegliò disturbato da tutto quel fracasso.

CHI OSA fare il brutto tempo a casa mia? Chi osa agitare il mare senza che io sia stato interpellato?” Urlò con voce cattiva.

Come uno squalo riemerse dal fondale, fece capolino con la testa, si guardò attorno e vide le navi troiane sbattute a destra e a sinistra.

FURIBONDO prende i venti per i capelli e con il tridente li rispedisce da Eolo ammonendoli di non riprovarci mai più! Quella è casa sua e nessuno si deve permettere di fare cose senza il suo permesso!!

Terzo aiuto: Nettuno schiumeggiante dal nervoso placa subito le sue amate onde e lascia che i naufraghi raggiungano sani e salvi le spiagge africane.

A Giunone era comunque andata bene, vabbè Nettuno era intervenuto ma il ragazzo era ora a Cartagine, e a Cartagine chi c’era?

Una donna.

Una regina.

Bellissima.

Sfigata come lui.

DIDONE

Anche lei una ex perseguitata vedova di un marito ucciso dal fratello, giunta in quella terra dopo una lunga peregrinazione.

La donna accoglie i naufraghi e una sera durante un bel banchetto dove gli animi si rincuorarono dalle ultime vicende chiede ad Enea di raccontargli la sua storia.

GRAVE ERRORE.

Noi donne quando un uomo ci racconta le sue sfighe ci trasformiamo in Madre Teresa di Calcutta. Sempre.

Non solo. Ma una volta su due ci innamoriamo pure.

Inutile continuare. Didone non capisce più niente, Enea anche.

Un giorno durante una battuta di caccia si rifugiano in una grotta e non escono più da lì. Del resto abbiamo già visto che Enea era uno che dove lo mettevi stava.

Completamente rincitrullito dall’amore si dimentica del padre, del figlio, dei compagni e soprattutto della sua missione. Come non dargli torto però…erano sette anni che non cavava un ragno dal buco, lì magari si accasava e viveva felice e contento.

Quarto aiuto: il re IARBA signore di quelle terre che da sempre aveva fatto una corte spietata alla bella fanciulla dopo averle dato appunto un pezzo di terra dove fondare la sua città, si sente oltremodo oltraggiato. Va da Zeus e gli dice che così non si fa. Didone gli aveva detto di no per restare fedele al marito morto e lei ora cosa fa?

Mai fidarsi delle donne.

Zeus che come sappiamo era allergico alle beghe femminili manda di corsa Mercurio da Enea e gli intima di ripartire. Nessuna discussione. Si parte, punto, poche storie.

Così Enea a capo chino si rimette per mare lasciando la povera donna in lacrime, la quale si suiciderà facendola in BARBA anche a Iarba.

Prima di trafiggersi con la spada urlerà il suo dolore, ne dirà di tutti i colori, lo maledirà e si getterà sulla pira con le armi del troiano lasciate da lui appese al loro talamo.

Pausa di riflessione:

Le maledizioni sono sempre state una cosa seria, per i romani poi una sacrosanta voce da non prendere sottogamba. Quella lì si gettò sul fuoco bruciando le armi di colui che sarebbe stato il fondatore di Roma e la fecero tutti franca? Soprattutto Roma?

No.

ROMA-CARTAGINE vi dice qualcosa?

Annibale e Scipione che se le danno di santa ragione.

Le Alpi scavalcate come fossero panna montata.

Gli elefanti mettono piede per la prima volta in Italia.

120 anni di guerra.

CARTHAGO DELENDA EST.

Tutto per colpa di una donna respinta e offesa e di un uomo con poca spina dorsale. Praticamente la solita storia. 🙂

To be continued…

PARTE 2

A Cartagine avevamo lasciato Didone che si suicida gettandosi sulla pira mentre Enea salpa verso l’Italia.

…..Enea quindi parte, non si capisce se convinto oppure no, vede da lontano il fumo della pira senza capire quale ne sia la causa, anche perchè quando mai aveva capito qualcosa in fatto di donne,così mentre le navi veloci navigano sui flutti allontanandosi dalle coste africane, quando il suo fidato pilota Palinuro gli dice che le nubi minacciose che si stanno avvicinando non promettono nulla di buono e che una brutta tempesta si sta avvicinando. coglie l’occasione al balzo e dice:

“La Sicilia è proprio qui. Fermiamoci e riposiamoci, le navi sono stanche.”

Riposiamoci? Le navi SONO STANCHE ? Ci risiamo.

Ma se non hai fatto NIENTE per mesi e sei salito sulla nave da dieci minuti? Niente.

Sulle coste del Lazio proprio non ci vuole arrivare.

Così nella piccola città di Erice si riposano, si rifocillano e per alzare il morale di tutti si decide di organizzare un po’ di giochi. La vita sembra essere tornata normale, uomini e donne cominciano a pensare che quello è proprio un bel posticino dove costruire casa e mettere su famiglia e, SOPRATTUTTO LE DONNE, cominciano a sperare di aver chiuso con il mal di mare, le tempeste e il vagare di qua e di là.

Giunone ne approfitta immediatamente e con l’inganno le spinge una notte a dar fuoco alle navi per porre fine a quella missione! Ascanio corre per primo, Enea e tutti gli altri dietro. Si fanno in quattro per tentare di salvare la flotta ma nessuno dei loro sforzi ha successo. A quel punto Enea, ci fosse mai stata una volta che fosse capace di risolvere qualcosa da solo, supplica Giove di aiutarli e il padre degli dei con uno starnuto manda pioggia a catinelle e spegne l’incendio.

Enea, alla vista delle navi in cenere viene assalito dai soliti dubbi.

Parto o non parto? Ascolto le donne o non le ascolto? Faccio bene o faccio male?

QUINDI COSA FA? Quello che fa sempre quando non sa che pesci pigliare: VA A DORMIRE.

Questa volta ci pensa il padre Anchise a comparirgli in sogno. Con un figlio così stordito c’è poco da fare. In sogno gli predice la grandezza di Roma, la città che è destinato a fondare e gli consiglia di lasciare lì donne, bambini e vecchi e di partire solo con i giovani e i forti.

Enea si sveglia e tutto contento fa alzare le vele!

Per fortuna dalla Sicilia alla foce del Tevere non c’è un oceano e l’unico che ci rimette le penne in quel tragitto, è il povero Palinuro, vittima sacrificale a Nettuno che spinto da Giunone avrebbe voluto scatenare la solita tempesta. Venere corre subito a calmarlo e Nettuno in cambio del favore le promette che si prenderà solo una vita. Palinuro stordito dal sonno cadrà in mare e affogherà.

A quel punto Enea sbarca a Cuma, perchè arrivare dritti al Tevere sarebbe stato troppo scontato, meglio fermarsi di nuovo da qualche parte e farsi una gita.

Del resto Cuma, se non ci siete stati, è un luogo incantevole, a picco su un mare turchino, battuto dal vento e circondato da spiagge bianchissime e boschi profumati. Impossibile resistergli, mi ci sarei fermata pure io lì, per un po’. Comunque sia, Enea arriva e scende con la Sibilla cumana giù nell’Ade dove incontrerà il padre Anchise che per fortuna instillerà nel figlio un po’ di senno in più e voglia di concludere quella benedetta peregrinazione. Finito il giretto negli inferi e soprattutto incoraggiato da quel padre che neanche da morto si rassegnava a lasciarlo a sé stesso (per fortuna) visto che da solo concludeva sempre poco, finalmente ripartì sbarcando in pochi giorni sulle coste del LAZIO.

A questo punto si apre un capitolo piuttosto importante. Enea è consapevole di dover fondare una nuova città però guarda caso quelle terre su cui era appena approdato erano abitate da altra gente che giustamente tanta voglia di essere cacciati via non ce l’avevano. Il loro re Latino che doveva essere uno parecchio sveglio, davanti ad un’armata di disperati pronti a tutto pensò che la cosa migliore fosse dare in sposa la propria figlia al loro capo.

Enea non se lo fece dire due volte, dopo la fregatura di Didone era il caso di sistemarsi e farla finita.

Il problema però fu che anche questa volta si prese una donna che era già stata promessa ad un altro, tutta la faccenda di Didone e di Iarba non gli avevano insegnato niente. Ma chi fu lo sfortunato di turno che si vide soffiare da sotto il naso la futura moglie?

Turno, appunto.

Turno re dei Rutuli. Quando nel nome c’è il tuo destino.

La differenza tra Turno e Iarba fu che il Rutulo non andò da Giove a piagnucolare ma si rimboccò subito le maniche e dichiarò guerra a quel popolo che aveva già iniziato a costruire case, fare figli e a pascolare pecore vicino al suo giardino.

La guerra si scatenò violentissima, Turno si alleò con gli Etruschi, il re Latino morì in battaglia ed Enea iniziò a temere di non farcela. Circondato da forze militari superiori alle sue truppe fece come Mel Gibson in Braveheart: unì tutti quanti, troiani e i locali in un unico popolo e li chiamò Latini in onore del re Latino appena morto.

Cavalcando e aizzando tutti quanti urlò che ora erano un sol popolo e che avrebbero combattuto per la loro nuova terra e la libertà!

Enea per la prima volta nella storia da quando era partito da Troia sfodera una grinta inaudita e tra teste mozzate, mani tagliate e lance in bocca, finalmente uccide Turno, ma alla fine nella battaglia morirà anche lui lasciando però quel seme che farà fiorire un impero. Possiamo solo immaginare il sospiro di sollievo del povero padre Anchise che negli Inferi finalmente troverà pace.

La guerra finisce e a regnare resta Lavinia la figlia di Latino e sposa di Enea. Il loro figlio Ascanio crescerà e dopo circa trent’anni visto che la popolazione aumentò se ne andò a fondare una nuova città un po’più in là sul Monte Albano, il nostro Castel Gandolfo, chiamandola Alba Longa. Qui la storia prende una piega più rapida, Tito Livio per farla breve ci racconta, anzi ci elenca tutta la sfilza di re che succedettero ad Ascanio, 13 per l’esattezza. L’unico degno di nota è il re che di nome faceva Tiberino e che un giorno, nel tentativo di attraversare il fiume Albua morì affogato. Da allora il fiume fu ribattezzato in suo onore Tiber, o Tevere, come lo chiamiamo oggi.

Alla fine di questa lunga lista arriviamo finalmente ad una svolta significativa: compaiono sulla scena due fratelli: Numitore e Amulio. Il buono e il cattivo come nei migliori film drammatici.

Ma questa è un’altra storia.

La meravigliosa statua del Bernini “ENEA CHE FUGGE DA TROIA CON ANCHISE SULLE SPALLE. marmo, (1618-1619) Galleria Borghese- Roma

 

 

Bibliografia:

“Eneide” – Virgilio

Miti Romani – Ferro Monteleone, Einaudi

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